LONGOBARDI: TESTIMONIANZE DI UNA CIVILTA’

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I Longobardi e la loro presenza in Italia. Ne ripercorriamo le tracce e la storia.
Longobardi: Abbazia di S. Pietro al Monte di Civate

Longobardi, una civiltà importantissima per la storia della nostra penisola. Con molte testimonianze storiche, artistiche ed architettoniche diffuse sul territorio italiano. Cediamo la parola al Festival del Medioevo e ai suoi autori.

Il 25 giugno 2021 cade il decennale del sito seriale Unesco “L’Italia dei Longobardi. I luoghi del potere 568-774”.

Era infatti il 25 giugno 2011 quando giunse la grande notizia dell’inclusione nella prestigiosa Lista del Patrimonio dell’Umanità dei sette complessi monumentali, distribuiti lungo l’intera penisola, candidati a rappresentare le testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree più significative del periodo longobardo nel nostro Paese: il Complesso episcopale del patriarca Callisto e il Tempietto longobardo di Cividale del Friuli (UD), la Chiesa di San Salvatore e il Monastero di Santa Giulia a Brescia, il Parco Archeologico di Castelseprio (VA) con la chiesetta di Santa Maria foris portas e il Monastero di Torba (sito, quest’ultimo, nel territorio comunale di Gornate Olona), la Chiesa di San Salvatore a Spoleto (PG), il Tempietto di Campello sul Clitunno (PG), il Complesso monumentale di Santa Sofia a Benevento e il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo (FG).

Si tratta di luoghi che incarnano plasticamente la cospicua e duratura eredità lasciata dai Longobardi, che tra il 568 (anno dell’ingresso in Italia) e il 774 (anno della conquista da parte di Carlo Magno) diede vita a un regno destinato a incidere in maniera profonda e indelebile nella storia della Penisola.

Di tali complesse e splendide testimonianze della civiltà longobarda – ma anche di molte altre chiese e abbazie, monasteri e necropoli, senza trascurare i musei che custodiscono i preziosi reperti della vita materiale riemersi grazie agli scavi archeologici – si è cercato di dare conto in dettaglio nel recente libro, riccamente illustrato, Sulle tracce dei Longobardi (Edizioni del Capricorno): un primo volume dedicato all’Italia settentrionale – cuore pulsante del Regno – cui seguirà prossimamente il secondo dedicato alla parte centrale e meridionale del nostro Paese, giacché nel Mezzogiorno il Ducato di Benevento, trasformatosi dopo la conquista carolingia in Principato, restò autonomo e conservò le proprie caratteristiche fino all’avvento dei Normanni nell’XI secolo.

Nell’anniversario del prestigioso riconoscimento Unesco, proviamo qui a raccontare i Longobardi dall’ottica di Paolo Diacono, autore della celebre Historia Langobardorum in sei libri che rappresenta la principale fonte su buona parte delle vicende relative al popolo al quale egli apparteneva per antica origine.


Origini cividalesi Può sembrare paradossale trattandosi di un cronista, ma Paolo Diacono non ha lasciato molte testimonianze su di sé. Incerta è persino la sua stessa data di nascita, che possiamo però dedurre da un dato oggettivo: quando nel 758 divenne precettore della giovane Adelperga, figlia dell’ultimo re Desiderio e sposa del duca Arechi II di Benevento, doveva avere almeno una ventina d’anni più di lei, il che ne collocherebbe la nascita nel 720 circa.

Per conoscere qualche dettaglio in più della sua vita occorre dunque rivolgere lo sguardo altrove, in alcune leggende raccolte nel Chronicon Salernitanum così come nell’epitaffio che pose sulla sua tomba Hildric, che fu suo allievo a Montecassino e poi abate nell’834. Da quest’ultimo apprendiamo che Paolo dedicò la sua vita allo studio della Sacra Dottrina e in essa penetrò così profondamente da risplendere tra i dotti come il sole tra tutti gli astri, e onorare così di luce rutilante la stirpe venuta dal Nord.

In effetti, Paolo Diacono fu non solo lo storico per eccellenza del suo popolo, ma anche uno degli intelletti più brillanti della sua epoca.

Paolo nacque a Forum Iulii, l’antica Cividale del Friuli, dall’unione tra Warnefrit, di stirpe longobarda, e Teodolinda. La sua famiglia – a dircelo è lui stesso – era giunta in Italia al seguito di re Alboino quando questi, abbandonando la Pannonia, nella primavera del 568 aveva varcato le Alpi Giulie: ad accompagnare il sovrano e le sue schiere in tal frangente c’era infatti «Leupchis, mio antenato, anch’egli della stirpe dei Longobardi».

Nel 610 i cinque figli di Leupchis, ancora fanciulli, vennero catturati durante il funesto assedio perpetrato a Cividale da parte degli Avari e finirono prigionieri in Pannonia. Quattro di loro vi sarebbero rimasti per sempre: solo uno, Lopichis, futuro bisnonno di Paolo, riuscì invece a liberarsi e a rientrare, seppur con estrema fatica, in Friuli. A raccontare l’epopea del ritorno dell’avo è lo stesso Diacono con una narrazione che ricorda assai da vicino, sia nei toni che per certi particolari, le saghe germaniche che ancora ai suoi tempi, forse, qualcuno doveva recitare a memoria.

Da studente a intellettuale Dell’infanzia di Paolo non sappiamo quasi nulla, tranne il fatto che studiò a dapprima a Cividale e poi a Pavia, allora capitale del regno. Da fanciullo (puerulus), ci dirà in un carme scritto in età più avanzata, apprese qualche nozione di ebraico e di greco: quest’ultimo sicuramente era utilizzato negli ambienti di corte sia regia che ducale, per quanto in forma rudimentale, per tenere i rapporti diplomatici con Costantinopoli, interlocutore costante, in pace come in guerra, della politica longobarda. Non sappiamo quanto approfondita fosse la sua conoscenza della lingua, ma probabilmente non andò oltre il livello scolastico. La sua carriera, almeno all’inizio, sembrava avviata dunque verso la professione diplomatica: doveva diventare un funzionario, non un monaco.

Le cose cambiarono con il trasferimento a Pavia: gli studi, avvenuti probabilmente nella schola attigua al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, unita all’influenza di re Ratchis, come lui originario di Cividale e di indole più “spirituale” che guerriera, dovettero spingerlo verso la professione religiosa. Completata dunque la formazione con la conoscenza delle opere storiografiche e scientifiche classiche, delle leggi sia romane che longobarde e con lo studio delle Sacre Scritture e degli scritti dei Padri della Chiesa, divenne diacono, titolo che da quel momento in poi non lo avrebbe più abbandonato.

Il periodo di permanenza in Lombardia fu senz’altro importantissimo per la sua crescita culturale. Di certo egli ebbe modo di visitare i maggiori centri di potere presenti sul territorio: la sua descrizione del palazzo regio di Monza e dei celebri affreschi che Teodolinda vi aveva fatto realizzare oltre un secolo prima per documentare i costumi e l’abbigliamento dei Longobardi, ad esempio, è così vivida e ricca di particolari che non può non essere stata scritta da un testimone oculare. Così come, con molta probabilità, conobbe i suggestivi panorami del lago di Como e l’abbazia di San Pietro al Monte a Civate (nel Lecchese), che durante il regno di Desiderio veniva fondata e dotata di ricchi beni. Vi è chi ha suggerito che proprio in quel cenobio benedettino egli fece la prima esperienza come monaco, ma la pur suggestiva ipotesi sembrerebbe da scartare in favore, come vedremo a breve, di Montecassino.

Alla corte di Arechi II Intanto, ritiratosi definitivamente Ratchis in convento, nel 757 era salito sul trono Desiderio il quale, deciso a consolidare il proprio potere anche nell’Italia centro-meridionale, era riuscito a imporre come duca di Benevento Arechi II, cui aveva dato in sposa la propria figlia Adelperga. È probabile che proprio la fama acquisita nel frattempo da Paolo a Pavia spinsero il re a “raccomandare” il dotto diacono alla corte beneventana, dove in effetti egli si trasferì per fare da precettore alla giovane duchessa. Paolo si presentò, se così possiamo dire, con una composizione in versi sulle sette età del mondo, il Carmen a principio saeculorum, personalizzando il suo “biglietto da visita” componendo, attraverso le lettere iniziali delle dodici terzine da leggersi a mo’ di acrostico, che formavano la dedica «Adelperga pia».

Una volta stabilitosi a corte, Paolo dovette intrattenersi in colte discussioni con la duchessa, che era madre e moglie ma anche amante delle buone letture, e per lei compose la monumentale Historia Romana in sedici libri, che integrava il succinto e ormai datato Breviarium ab Urbe condita di Eutropio con le notizie provenienti da altre fonti cronologicamente più vicine, da san Gerolamo a Paolo Orosio a Jordanes. Ma fece di più.

La ricostruzione degli eventi proposta alla duchessa spinse la narrazione fino alla vigilia dell’entrata dei Longobardi in Italia, una scelta non certo casuale. Egli “sentiva” infatti che con l’invasione del 568 la storia era cambiata per sempre: l’avvento del suo popolo aveva rappresentato una cesura netta con il passato, decretando la fine di un’epoca – quella egemonizzata da Roma – e l’inaugurazione di un’era nuova, guidata proprio dalla gens alla quale sia lui che la coppia ducale cui l’opera era dedicata orgogliosamente appartenevano.

In quegli anni trascorsi sotto l’ala protettiva dei duchi di Benevento, Paolo seguì di persona la costruzione del palazzo di Arechi II a Salerno e della splendida cappella palatina annessa: per celebrare l’evento, compose infatti un carme e fu probabilmente autore anche dell’elegia (giuntaci frammentaria) poi trascritta sulle lastre di marmo che decoravano le pareti interne della cappella stessa. Il duca, del resto, non poteva non suscitare l’ammirazione di Paolo: anch’egli aveva ricevuto un’educazione letteraria ed era pertanto uno dei pochissimi principi colti della sua epoca.

Dalla Francia a Montecassino La quiete di Paolo venne turbata, nel 774, dalla sconvolgente caduta del Regnum ad opera dei Franchi. Mentre Desiderio e la moglie Ansa prendevano la strada per la Francia come illustri prigionieri di Carlo, il Nostro, che fino all’ultimo si era proclamato fedele al suo re, dovette a quel punto vedere in Arechi II, padrone dell’ultimo lembo di Langobardia ancora indipendente, l’ultima speranza di riscatto per il suo popolo. Non sappiamo se egli partecipò a qualsiasi titolo alla congiura ordita contro Carlo dallo stesso Arechi, nel frattempo proclamatosi princeps gentis Langobardorum, nel tentativo forse di prendere il regno. Il tentativo fu effimero: nel 776 Carlo calò di nuovo in Italia ed ebbe facilmente ragione dei ribelli, capitanati dal duca del Friuli Rotgaudo, e tra i prigionieri catturati all’indomani della sconfitta c’era anche Arichis, fratello di Paolo, che venne portato Oltralpe.

E fu proprio a causa di questa sventura personale che Paolo ebbe modo di conoscere il nuovo sovrano. Nel 782, in un’accorata lettera in versi, scrisse a Carlo per chiedere la liberazione del congiunto e poi si recò di persona per supplicarlo alla sua corte: colpito dalla sua cultura, il re lo invitò a restare e gli affidò vari incarichi di prestigio. Il soggiorno franco fu molto produttivo: viaggiò spingendosi fino in Bretagna e oltre – e l’eco di questi spostamenti si sarebbe conservata nei primi capitoli della Historia Langobardorum, che descrivono le regioni settentrionali dell’Europa –, scrisse epitaffi per celebrare alcuni familiari defunti di Carlo, insegnò il latino e compose varie opere tra cui i Gesta episcoporum Mettensium per l’arcivescovo Angelramno di Metz, parente del re, mettendosi in luce di nuovo come storico.

Ma il cuore di Paolo batteva lontano dalla Francia. Durante il soggiorno beneventano egli aveva visto per la prima volta l’abbazia di Montecassino dove il suo primo mentore, il deposto Ratchis, si era ritirato per chiudere la sua vita in preghiera. Il grande cenobio, fondato da san Benedetto da Norcia nel 529 e celebre in tutta Europa per il suo ricchissimo e splendido scriptorium, era stato distrutto nel 577 proprio dalla furia dei Longobardi e riedificato, solo qualche decennio prima, dall’abate Petronace.

È molto probabile che Paolo vi fece il suo ingresso già intorno al 765, dedicandosi al miglioramento del livello della sua scuola e gettando le basi perché l’abbazia tornasse ad essere uno dei maggiori centri della cultura monastica occidentale.

Ottenuta dunque la liberazione del fratello, nel 786-87 tornò nell’amata Montecassino restando però in contatto con il re e la sua corte e portando a termine il prestigioso incarico di redigere un Homiliarium, una raccolta cioè di omelie per le varie feste dell’anno, che aveva iniziato quando si trovava ancora in Francia. Suo compito, come recita il testo del capitolare con cui l’opera sarebbe stata diffusa in tutte le chiese del regno, era «ripercorrere con attenzione gli scritti dei Padri, scegliendo dai loro estesissimi prati determinati fiori e degli intrecci tutti quelli che sono adatti in una sola corona».

Nel 787 Arechi II morì. Mentre il figlio di Desiderio, Adelchi, tentava inutilmente l’ultima riscossa dalla Calabria col supporto di Costantinopoli e della sorella Adelperga, Paolo si dedicava alla ricostruzione della biblioteca del convento seguendo il modello dettato da Cassiodoro per il Vivarium e improntato al febbrile recupero dei classici. Ma, soprattutto, iniziava la composizione dei sei libri della Historia Langobardorum, in cui intendeva ripercorrere, tra mito e storia, le vicende del suo popolo.

Nella quiete del monastero cassinense Paolo si spense, ottantenne o quasi. Il 13 aprile di un anno entro la fine dell’VIII secolo – probabilmente il 799 – il necrologio di Montecassino annota lapidario:

Obiit venerandae memoriae domnus Paulus diaconus et monacus.

Il suo corpo venne sepolto nel cenobio, di fianco alla chiesa di San Benedetto, ante capitulum. Ma la tomba, forse anche per la rovinosa distruzione patita dall’abbazia per i bombardamenti del 1944, non è mai stata trovata.

Paolo e il suo popolo Nel suo capolavoro, Paolo Diacono racconta dunque l’epopea del suo popolo dalle mitiche origini – che egli, attingendo all’Origo gentis Langobardorum, rintraccia in Scandinavia – fino a Liutprando, il rex christianissimus sotto il cui comando il regno giunse al suo massimo splendore.

Trascura volutamente di trattare la parabola finale del Regnum, conclusa dolorosamente con la conquista carolingia, l’esilio di Desiderio e il fallito tentativo di riscatto da parte di Adelchi.

Quali le ragioni di questa reticenza? Sicuramente dovette pesare il fatto che quando Paolo scrive la sua Storia, Carlo è da tempo re dei Franchi e dei Longobardi. Egli stesso, insieme ad Alcuino di York, Teodulfo d’Orléans e Pietro da Pisa, era ormai parte integrante del gruppo di intellettuali a cui era stato affidato il rinnovamento culturale che porterà alla cosiddetta “rinascenza carolingia”.

È possibile – come è stato ipotizzato – che la sua opera sia stata scritta con la funzione di “presentare” ai nuovi padroni d’Italia la stirpe che fino a quel momento l’aveva governata, nell’auspicio che potesse servire a favorire la comprensione reciproca. Ed è anche plausibile, data la diffusione che l’opera ebbe sia nell’ex Regnum sia nel ducato di Benevento, che fosse stata concepita per dare ai Longobardi una “storia nazionale” – il modello era l’Historia gentis Anglorum di Beda il Venerabile – con cui confrontarsi e su cui riflettere in un momento storico di grande cambiamento. Una cosa non esclude l’altra.

Ma qual è l’atteggiamento espresso da Paolo nei confronti del suo popolo? Pur riconoscendo con una punta di orgoglio di appartenervi, egli non condivide più nulla dell’humus culturale che caratterizzava la gens che due secoli prima aveva varcato le Alpi. Paolo è un dotto monaco imbevuto di cultura romana e cristiana, mentre gli “invasori” erano ancora pagani – o forse ariani – e portatori di valori di stampo tribale.

La sua narrazione della storia longobarda, per quanto attendibile, non può ovviamente non risentire in ogni passo della sua formazione culturale: egli di conseguenza interpreta e giudica vicende e usanze alla luce della sua esperienza e della sua personale visione del mondo. Ne abbiamo chiara prova quando riporta ad esempio costumi – la sepoltura alle pertiche, di stampo pagano, o il rituale di investitura del re tramite la lancia sacra,
evidente reminiscenza odinica – considerati caratterizzanti ma ormai superati, oppure quando riprende la nota saga sulle origini del nome – il celebre episodio di Godan e delle “lunghe barbe” – bollandola senza mezzi termini come «ridicula fabula», favola ridicola, in quanto imbevuta di credenze pagane da lui ritenute romanzesche e fallaci.

La storia dei Longobardi tratteggiata da Paolo è però la storia di un popolo dinamico e improntato al cambiamento: la stirpe barbarica e feroce delle origini, spinta dalla necessità alla migrazione, ha saputo modificare progressivamente le proprie tradizioni culturali per avvicinarsi a quelle dei vinti, operando in Italia una sintesi virtuosa tra le due e giocando un ruolo cruciale nelle vicende della penisola. Dimostrando così che i Longobardi, parafrasando il titolo della più recente mostra a loro dedicata, sono stati davvero «un popolo che ha cambiato la Storia».

Per questo, così come per lo stile chiaro e il bel latino e soprattutto per l’equilibrio della narrazione e del giudizio, l’Historia Langobardorum di Paolo ha conosciuto nei secoli un enorme successo, trasformando le vicende di una gens barbarica in un «documento straordinario di civiltà e cultura» in grado di resistere al trascorrere del tempo.

Chi volesse approfondire le tematiche connesse ai Longobardi può cliccare qui.

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