GIOTTO: ALLE PORTE DELLA MODERNITA’

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Pala Ognissanti
Pala Ognissanti. 1310-11

Credette Cimabue nella pintura aver lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura. (Dante alighieri, Divina commedia, 1310 circa)

Giotto: alle porte della modernità. Il dotto Dante Alighieri realizzò un commento letterario di grande valore poetico e degno della critica d’arte moderna definendo Giotto con tale acume e profondità. Il corso di storia dell’arte che Narciso d’Autore si accinge a realizzare partirà da questo assunto ancora oggi condivisibile. Giotto è senza dubbio all’origine di una visione umanistica dell’arte. Cosa sappiamo di lui e delle sue origini? Nato probabilmente a Vespignano presso Vicchio nel Mugello nel 1267 circa. Quell’anno vede Firenze tornare guelfa con la cacciata dei ghibellini. Firenze è una “metropoli del medioevo” e sarà l’humus fertile in cui la bottega del genio giottesco si muoverà.

La formazione

Giotto di Bondone, l’artista che «rimutò l’arte di greco e latino, e ridusse al moderno». Il mito che vede Giotto bambino pastore tra le pecore disegnare animali sulle pietre è stato ridimensionato ed oggi appare più verosimile riconoscerlo come ragazzo di una bottega che a circa dieci anni orbita su Firenze. Il suo grande maestro fu Cimabue. Dal questi assorbì un’evoluzione dell’arte partendo da basi bizantine arrivando a nuove visioni di un linguaggio tardo romano dove i personaggi dipinti appaiono monumentali e umani insieme. Probabilmente realizzò un primo soggiorno romano negli anni che vanno tra il 1285 e il 1288 al seguito del suo maestro . La Roma dell’epoca è uno straordinario cantiere medievale dove mosaici, affreschi e sculture vengono realizzate per volontà di potenti papi che portano il nome di Niccolò III e Niccolò IV.

Da garzone a maestro autonomo

Un giovane assistente nel periodo che stiamo raccontando prima dei diciotto anni non può ambire all’autonomia di una propria bottega;  Giotto realizza quindi il suo primo capolavoro riconosciuto non prima degli anni novanta del Duecento. L’opera è il Crocifisso di Santa Maria Novella a Firenze: il Cristo mostra la sua “umana sofferenza” accasciandosi con la testa e la anatomia mostra la pelle e la muscolatura riprendendo  modelli reali e non più teorici e idealizzati. Giotto traghetta l’arte italiana e europea una volta per tutte verso la modernità.

La sua casa e bottega è documentata in Borgo San Lorenzo a Firenze. Ebbe almeno sette figli dalla consorte, Ciuta. A inizio Trecento risulta realizzata la pala d’altare detta Madonna di San Giorgio alla Costa dove la Vergine e il Bambino ci osservano frontalmente in una connessione quasi  psicologica. Alle loro spalle il trono dipinto con dovizia di particolari è ricoperto da un drappo prezioso che pare esser stato allestito pochi istanti prima dai due angeli posti dietro lo schienale. La verità della scena è sottolineata anche dal comodo cuscino su cui siedono i due personaggi in primo piano. Nessuna traccia oramai della rigidità delle madonne bizantine precedenti.

Crocifisso di Santa Maria Novella
Crocifisso di Santa Maria Novella. Anni ’90 del Duecento

Artista nelle corti italiane. Il “caso Assisi”

Ora Giotto è in patria fiorentina già apprezzato e richiesto ma un artista del Trecento per imporsi deve viaggiare e ricercare committenze illustri: lo vediamo quindi arrivare a Rimini, Padova e ancora una volta a Roma. Ma uno dei temi più misteriosi e complessi degli anni a cavallo dei due secoli è senz’altro quello relativo alla presenza dell’artista nel cantiere della Basilica superiore di Assisi.

Nella chiesa lavorano già Cimabue e probabilmente le botteghe romane capeggiate dal Cavallini (artista molto presente all’epoca nelle chiese romane con i suoi affreschi e mosaici). La critica d’arte si è spaccata sul certo o presunto segno giottesco nei celebri affreschi dedicati alla vita di San Francesco e ancor oggi gli animi della critica non si sono riappacificati! Possiamo comunque intravedere e raccontare nel ciclo assisiate quei temi che condussero alla maturazione lo stile moderno  dell’arte italiana del Trecento e che Giotto portò a pieno compimento nella sua lunga carriera. Le scene affrescate ad Assisi raccontano la vita e i miracoli del santo attingendo alla Legenda maior di San Bonaventura.

Tra le più poetiche e umane storie raccontate vi è Il presepe di Greccio dove si narra che Francesco per la prima volta allestì la scena della natività tanto cara alla tradizione natalizia dei presepi italiani. Il luogo è perfettamente descritto: la cappella del castello di Greccio diviene una imponente basilica romana dove riconosciamo il retro di un crocifisso perfettamente scorciato. Siamo infatti  nella spazio diviso della chiesa tipicamente medievale e abbiamo il “privilegio” assieme a Francesco, i prelati e i potenti signori, di essere al di qua del recinto chiamato iconostasi.

La storia ci ricorda che Francesco descrisse agli astanti la notte fredda in cui nacque il Bimbo e improvvisamente il racconto si materializzò mostrando un vero nascituro nella mangiatoia allestita assieme al bue e all’asinello. La certezza dell’autografia giottesca nel cantiere di Assisi è invece confermata nella Basilica inferiore dove in differenti cappelle la bottega è presente a inizio del Trecento.

La Cappella degli Scrovegni: il capolavoro

 Entro il 1304-5 abbiamo documentato il capolavoro massimo dell’artista: il ciclo pittorico della Cappella degli Scrovegni a Padova. Il padre del committente Enrico Scrovegni godeva di una pessima fama visto che Dante Alighieri lo inserì come usuraio nell’Inferno (XVII, 64) , per di più il luogo dove la cappella venne costruita appariva in origine degradata e pericolosa per la presenza di  malviventi. Un connubio perfetto per immaginare un nuovo  luogo sacro che avrebbe “purificato” tali nefandezze. La cappella presenta un’unica grande sala voltata a botte (come nelle antiche architetture romane) e si realizza sui resti dell’antica arena romana. Le finestre interne gotiche appaiono in piena armonia con gli affreschi dipinti e questo ha fatto pensare che anche il progetto dell’edificio possa essere stato firmato dal pittore.

I temi delle pitture parietali si ispirano alla Legenda aurea di Jacopo da Varazze (frate domenicano  conosciuto per aver redatto una celebre biografia di santi) e alle Meditazioni sulla vita di Gesù Cristo dello Pseudo-Bonaventura. I dipinti  raccontano le Storie della Vergine e le allegorie di vizi e virtù. Il soffitto completamente dipinto con il blu lapislazzulo (pietre semi-preziose) ci illude di uno spazio aperto con al di sotto finte finestre entro cui si svolgono gli episodi. Possiamo confrontare l’esito del l’opera giottesca con quella di Dante e l’uso che il poeta fece della nuova lingua volgare: nei soggetti dipinti infatti i volti , le azioni, le vesti “attualizzate” paiono corrispondere a ciò che l’artista vedeva attorno a lui così come per  Dante la lingua che usò per i testi non latini, il volgare, fu quella parlata dai suoi contemporanei.

Tra le scene più intense e passionali vi è L’incontro di Gioacchino e Anna . Il pastore Gioacchino ha viaggiato per trenta giorni prima di rivedere la sua amata che nel frattempo è stata avvisata da un angelo dell’arrivo imminente. I due si incontrano davanti la Porta Aurea di Gerusalemme (posta al confine del quartiere cristiano e dove dal medioevo vi è l’edificio gotico di Sant’Anna ) e si abbracciano baciandosi con un’intensità e passione mai vista prima nell’arte medievale. Le dita sfiorano i volti e le spalle, gli occhi aperti si fissano in un espressione di amore e trasporto reciproci: due amanti che si incontrano dopo una lunga separazione sono osservati da un pastore e dalle ancelle che sorridono partecipando alla felicità del momento.

La maturazione di uno stile inconfondibile: La Madonna di Ognissanti

Allo scadere del nuovo decennio,  forse entro il 1311, realizza per la chiesa di Ognissanti a Firenze  la Madonna d’Ognissanti. Una tempera su tavola alta più di tre metri dove l’oro steso su una colla detta bolo armeno appare materia preziosa quanto la parte dipinta con i colori stemperati nell’ uovo (da cui il nome della tecnica a tempera ). Il trono dove la Vergine e il Bambino sono seduti  in maestà  si delinea come la facciata di una chiesa gotica dotata di guglie, finestre trilobate e mosaici.

Malgrado l’opulenza dei materiali usati e la descrizione così importante dei personaggi e degli oggetti i protagonisti appaiono umani e vicini. La veste della Vergine sembra di colore simile alla madreperla mentre il tessuto che avvolge Cristo bambino vira al rosso (forse elemento che ci ricorda il sangue del sacrificio che il Cristo verserà sulla croce). Gli angeli posti lateralmente e i santi-profeti sullo sfondo paiono una ”foresta di aureole” incise nell’oro. Le ali dei due angeli inginocchiati sono come “scaglie” di colori sgargianti. È nato il grande capolavoro giottesco; lezione fondamentale per l’origine stessa del Rinascimento, epoca nella quale Masaccio si ispirerà grandemente al geniale Giotto. Il “fiume in piena Giotto” è inarrestabile oramai e le committenze papali si sommano a quelle di ricchi nobile e banchieri.

“OPUS MAGISTRI JOCTI DE FLORENTIA”

Ormai conscio del proprio valore artistico e orgoglioso del suo luogo di origine artistica, Firenze, così si firmerà poco prima della sua morte avvenuta nel 1337. Per chi fosse interessato il testo qui riportato è un estratto dal capitolo dedicato a Giotto pubblicato dallo scrivente nella sua pubblicazione I geni dell’arte. Rinascimento italiano” edito da Sprea nel 2018.

Per qualsiasi informazione siamo a vostra disposizione scrivendo a info@narcisodautore.it.

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