DANTE IN FILIGRANA

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Dante in Filigrana: la storia dell'immagine dantesca sui moneta e francobolli
Dante in Filigrana

Dante in filigrana: come simbolo dell’italianità il sommo poeta è spesso rappresentato nei luoghi pubblici, nelle grafiche istituzionali e persino nelle banconote. Sull’argomento Dante in filigrana cediamo la parola all’autore Fulvio Conti, dal Festival del Medioevo.

Dante ambasciatore dell’Italia

Le declinazioni che il mito di Dante ha avuto dal Settecento a oggi sono indicate con chiarezza nell’ultimo libro di Fulvio Conti, “Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione” (Carocci, 2021). Un simbolo che allo stesso tempo ha unito e diviso l’Italia. Principe dell’identità nazionale, amato dai patrioti romantici e dai fascisti. Un ghibellino fustigatore della Chiesa, bandiera dell’Italia laica. Ma anche il guelfo capace di incarnare l’idea di una cattolicità trionfante. Infine, il poeta pop del cinema, della pubblicità, dei fumetti: una icona polisemica del nostro tempo che vanta una serie di primati anche in ambito numismatico e filatelico.

Nell’Italia del secondo dopoguerra Dante conservò il suo carattere di principale simbolo identitario della nazione, ma senza il feticismo fideistico che si era visto nel precedente secolo e mezzo: dismise, insomma, i panni di santo laico della religione della patria di cui era stato sovente rivestito.

Paradigmatico in tal senso è l’uso che è stato fatto della sua effigie in luoghi deputati a offrire una rappresentazione iconografica della nazione quali le banconote, le monete e i francobolli. Sulla cui rilevanza come strumenti di comunicazione e pedagogia politica valgano per tutte e tre le tipologie le osservazioni che in un saggio del 1980 Federico Zeri riservò al solo francobollo, da lui definito

il mezzo figurativo più stringato e concentrato di propaganda, quasi un manifesto murale ridotto ai minimi termini, dal quale il substrato sociale e politico si rivela con estrema chiarezza e pregnanza. E ancora:

Il mezzo figurativo di propaganda più capillarmente diffuso, sia nei diversi strati della società, cioè a livello locale, sia, in senso orizzontale, per i suoi destinatari situati in un sistema terminale che ignora distanze e frontiere.

Anche in ambito numismatico e filatelico Dante vanta una serie di primati che confermano il suo ruolo di icona per eccellenza dell’italianità. Monete e francobolli consentono al tempo stesso di cogliere, attraverso l’analisi dei soggetti in essi raffigurati, l’evoluzione e la diversificazione del messaggio simbolico che fu loro affidato nei vari contesti storici.

Si prenda la banconota da 10.000 lire con la quale iniziamo il nostro racconto di Dante in filigrana. La banconota fece la sua prima apparizione nel 1948 e continuò a essere emessa fino al 1963. Sul verso, nella parte centrale, racchiusa entro un medaglione vi fu impressa in rosso carminio la riproduzione in calcografia del volto di Dante. Sul recto, nei due medaglioni risparmiati dalla stampa, si potevano invece vedere in filigrana i busti di Michelangelo e di Galileo.

Il poeta fiorentino fu poi omaggiato nel 1965, in occasione del 7° centenario della nascita, con una moneta commemorativa in argento da 500 lire di cui furono tirati 5 milioni di esemplari. Sfrondata di particolari gravami retorici, la moneta recava al diritto un suo ritratto e al rovescio un’allegoria della Divina Commedia.

Dante in Euro

Sempre lui fu prescelto nel 2002 per la faccia “nazionale” della moneta da 2 euro, quella di maggior valore fra gli otto pezzi che furono coniati quando entrò in circolazione la nuova valuta europea (che andavano, appunto, da 2 euro a un centesimo).

L’immagine in questo caso fu ricavata dal celebre ritratto del poeta eseguito da Raffaello Sanzio nell’affresco La disputa del Sacramento, che si trova nella Stanza della Segnatura in Vaticano. Com’è noto, per le facce “italiane” delle otto monete o spiccioli di euro il nostro paese attinse esclusivamente alla tradizione artistica e figurativa, espungendo ogni riferimento a simboli istituzionali o a icone politiche. Nel loro insieme, ha commentato Amedeo Quondam, nel suo Petrarca, l’italiano dimenticato, (Rizzoli, 2004)

le nostre otto monete ci dicono che gli italiani sono un popolo di artisti e di poeti, senza statisti e senza santi, senza eroi militari e senza scienziati. […] Siamo orfani di Garibaldi. Ma anche di san Francesco e di Galileo Galilei.

All’inizio del terzo millennio, dunque, dovendo individuare un simbolo che fosse ben conosciuto all’estero e nel contempo in grado di esprimere i valori identitari della nazione nel nuovo quadro dell’Europa unita, l’Italia pensò bene di affidarsi l’Italia pensò bene di rinnovare l’uso di Dante in filigrana.

Ma quello effigiato sulla moneta da 2 euro era ormai un Dante pienamente ricollocato nella storia culturale italiana, di cui rappresentava la punta più alta, non già il profeta dell’unità e dell’indipendenza caro ai patrioti risorgimentali, men che meno il visionario anticipatore dell’imperialismo fascista.

Dante nella filatelia

L’evoluzione nell’uso pubblico di Dante da parte della sfera politica che si è prodotta tra primo e secondo Novecento emerge in maniera ancor più nitida dall’analisi delle serie filateliche a lui dedicate.

La prima fu quella emessa dalle poste italiane nel settembre 1921, su richiesta della Società Dante Alighieri, in occasione del 6° centenario della morte. Constava di tre valori, rispettivamente da 15, 25 e 40 centesimi, che richiamavano il numero delle cantiche e mediante il connubio di testo e disegno offrivano del poeta l’immagine consolidata di supremo interprete delle aspirazioni nazionali, ormai quasi del tutto concretizzate.

Il francobollo più denso di significati politici era quello da 25 centesimi che raffigurava una donna coronata, personificazione dell’Italia, seduta davanti alla bandiera nazionale spiegata e con la Divina Commedia nella mano destra, ben in evidenza, all’interno di un cerchio che ne faceva risaltare ulteriormente la presenza, «quasi fosse un’aureola». Come a dire, «siamo di fronte ad un testo prezioso, sacro al destino della patria. La nazione, dunque, ha ritrovato l’antica dignità nel nome del suo maggiore poeta, del padre della lingua che viene finalmente e ufficialmente parlata anche nelle ex terre irredente» (F. Giuliani, Dante nella filatelia italiana, in Dante. Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri).

La Divina Commedia campeggiava anche nel valore da 15 centesimi, tenuta negli artigli da un’aquila volteggiante sullo sfondo di un cielo stellato, mentre nel valore da 40 centesimi figurava il ritratto del poeta, cinto d’alloro e seduto su una cattedra medievale, sotto la quale il verso del Purgatorio («mostrò ciò che potea la lingua nostra») evocava messaggi che l’Italia di Vittorio Veneto non faticava evidentemente a interpretare.

Nel 1932 sempre su richiesta della Società Dante Alighieri, alla quale fu destinata una parte dei soldi ricavati dalla vendita, uscì una serie commemorativa dedicata ai grandi della letteratura italiana che vide assegnato a Dante il valore più alto, quello da 10 lire.

Ma il più eclatante utilizzo politico del poeta si ebbe nel 1938, quando il 28 ottobre, nella ricorrenza della marcia su Roma, fu emessa la serie che celebrava, a due anni di distanza, la proclamazione dell’impero. I dieci francobolli di posta ordinaria mettevano in fila altrettanti simboli di italianità e soprattutto indicavano con precisione quali fossero i miti fondativi e i riferimenti identitari del fascismo. Ognuno di essi era descritto da una frase lapidaria di Mussolini, che non compariva di persona in alcun francobollo, ma era presente in tutti attraverso le sue frasi e con l’iniziale del cognome, l’inconfondibile “M” con la quale firmava i documenti. Nella serie erano raffigurati Romolo e Augusto, a incarnare il mito di Roma, Leonardo da Vinci, «la mente più profonda nelle arti e nelle scienze», e Cristoforo Colombo, «il più audace dei navigatori». Un francobollo commemorava l’incontro di Teano fra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II, altri celebravano il milite ignoto e l’Altare della patria, la marcia su Roma, l’impresa di Etiopia e, naturalmente, Vittorio Emanuele III.

Dante, «il più alto genio della poesia», era ritratto di profilo, quasi a figura intera, con la Divina Commedia in mano e con l’aquila e la croce sullo sfondo, a evocare senza troppa ambiguità uno dei successi del regime, la conciliazione fra Stato e Chiesa.

Tutt’altre caratteristiche ebbero le serie filateliche del secondo dopoguerra. Per trovare ancora Dante in filigrana si dovette attendere il 1965, quando nella ricorrenza del centenario della nascita il poeta fu onorato con tre distinte serie dalla Repubblica Italiana, dalla Città del Vaticano e dalla Repubblica di San Marino. In esse Dante non venne più visto «come pretesto per aperte strumentalizzazioni retoriche e politiche, bensì come espressione di altissima cultura e, insieme, come occasione per la nascita di opere artistiche di altissimo livello».

Lo dimostrò la serie vaticana, la prima ad apparire in ordine di tempo (18 maggio), che fu affidata all’artista polacca Casimira Dabrowska, disegnatrice e miniaturista di fama internazionale. I quattro valori di cui era composta offrivano rielaborazioni del ritratto dantesco di Raffaello e di alcuni disegni realizzati da Botticelli per l’illustrazione della Commedia. Lo scopo che perseguiva, sicuramente raggiunto, era di omaggiare il poeta attraverso la bellezza della riproduzione artistica, esaltando il valore universale della sua opera letteraria. A questo stesso obiettivo mirò la serie italiana, che utilizzò tre immagini tratte dai più bei codici miniati della Commedia e come ritratto di Dante il busto bronzeo conservato nel Museo nazionale di Capodimonte.

Per i suoi quattro pezzi, infine, San Marino fece ricorso alle famose incisioni di Gustave Doré. Sette anni dopo, una nuova serie filatelica italiana evidenziò l’accelerazione impressa al processo di de-ideologizzazione di Dante che era in corso in quegli anni. Riconsegnando il poeta alla sua dimensione squisitamente letteraria, essa celebrò il 500° anniversario delle prime tre edizioni a stampa della Commedia, tutte realizzate nel 1472: quelle di Foligno, Mantova e Jesi, quest’ultima in realtà mai esistita (fu stampata a Venezia, anche se i repertori riportavano questa indicazione).

Appare a suo modo rivelatore anche il francobollo emesso dalle Poste italiane nel 1990 in occasione del centenario della Società Dante Alighieri, caduto l’anno precedente. Si tratta di un unico valore da 700 lire e non di una serie, scelta di per sé indicativa, insieme alla ritardata emissione, della minore enfasi con cui si volle solennizzare la ricorrenza dei primi cento anni di vita dell’istituzione che più di altre, fra Otto e Novecento, aveva promosso l’uso del poeta come simbolo nazionale.

Altri francobolli avrebbero poi celebrato Dante nel 2009 per la Giornata della lingua italiana, con una riproduzione tratta dal codice Urbinate latino 365, e nel 2011 in occasione della Giornata della filatelia con un valore postale autoadesivo che rappresentava una sorta di collage di precedenti emissioni.

Fulvio Conti

Per chi volesse approfondire l’argomento Dante in filigrana può cliccare qui

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