DANTE E L’ECONOMIA

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Dante e l'economia.
Dante e l'economia.

Dante e l’economia del suo tempo. Tema affascinante, specie l’anima scientifica ed economica di Narciso d’Autore: quella coordinata dal Dott. Stefano Gibilisco. Ed allora leggiamo con molto interesse questo testo tratto da un saggio presentato al Festival del Medioevo.

Storici più e meno illustri, da Gaetano Salvemini ad Arsenio Frugoni, da Armando Sapori a Federigo Melis, non escluso, fra i trascurabili, anche il sottoscritto, hanno preso in esame, in brevi lavori sintetici, spesso originati, come nel caso odierno, da conferenze, o da relazioni a convegni, il periodo della storia fiorentina corrispondente, grosso modo, alla vita di Dante — e Dante e il rapporto di Dante con la sua città è del resto all’origine di molti di tali interventi —, e in quelle loro conferenze o relazioni essi hanno messo in rilievo, di volta in volta, o tutti insieme, la crescita demografica della città, la sua espansione economica, il fervore civile, lo straordinario rinnovamento edilizio, il montare del lusso e dei consumi collettivi, il tono ottimistico degli animi a dispetto dei conflitti politici interni ed esterni o delle difficoltà economiche.

Con la convinzione, da parte di tutti, manifesta o sottintesa, che quella sia stata un’età stupenda nella storia della città, e da parte di qualcuno, con il quale chi vi parla concorda, che quello sia stato anzi il periodo d’oro, un momento culminante ed irripetuto della grandezza fiorentina nel Medioevo; una grandezza che già un po’ prima della grande peste del 1348 cominciò a declinare e che mai, né in relazione al mondo esterno, né probabilmente in assoluto riuscì successivamente ad essere rinnovata.
Non me se ne voglia se richiamo — e se ne vedrà più avanti la ragione — alcuni ben noti aspetti di quella grandezza. In primo luogo quelli relativi alla popolazione cittadina.

Firenze al tempo di Dante

Con centomila abitanti, un po’ più o un po’ meno, al giro di boa tra i due secoli, Firenze si collocava tra le quattro o cinque maggiori città europee, insieme a Milano, Venezia, Parigi, forse Genova, e ad un livello di popolazione doppio o più che doppio della seconda schiera di grandi città, come Gand, Londra, Bologna, Lucca, Siena, Pisa.

I suoi mercanti nei primi decenni del Trecento costituivano la più grande potenza economica e finanziaria d’Europa, superiore ormai, con ogni probabilità, anche a quella dei mercanti di Genova o di Venezia. L’economia cittadina era inoltre contrassegnata, oltre che da un complesso variegato di attività difficilmente riscontrabile altrove, da un’industria laniera che aveva ormai raggiunto uno straordinario vigore e dava da vivere ad una porzione larghissima della popolazione urbana, fornendo anche integrazioni di reddito a fasce di popolazione rurale.

La crescita demografica, che continuava da alcuni secoli, ma che nel corso del XIII deve essere stata particolarmente intensa, condusse alla costruzione, a cavallo tra il Duecento e il Trecento, di una amplissima e solidissima nuova cerchia di mura, che desterà anche più tardi l’ammirazione dei forestieri.

La nuova ricchezza affluita in città grazie ai traffici, alle attività bancarie e alle esportazioni di stoffe e di manufatti minori, oltre che una più viva ambizione civica e privata, provocò un intenso rinnovamento edilizio con costruzione di edifici pubblici, chiese e palazzi privati, la lievitazione e l’arricchimento dei consumi, l’esplosione del lusso, specialmente nell’abbigliamento, e una nuova sensibilità per l’ordine e il decoro urbano, che se non fu esclusiva di Firenze in quegli anni, a Firenze trovò tuttavia manifestazioni cospicue e particolarmente coscienti.

Se la città ci si presenta come uno dei fronti più avanzati della rivoluzione commerciale, del ricambio sociale e delle affermazioni dei nuovi ceti borghesi, va aggiunto che di questi mutamenti essa mostrava anche tutte le contraddizioni, a cominciare da una forte stratificazione delle ricchezze, per finire a una larghissima presenza di lavoro salariato e di una fascia di popolazione fluttuante e miserabile a fianco di una solida componente di artigiani e bottegai.

La complessità della vita cittadina, dei suoi nuovi o accresciuti bisogni e delle sue nuove idealità provocò naturalmente un incremento, un rinnovamento, un miglioramento dei servizi come chiese, ospedali e scuole. Si può forse aggiungere, anche senza instaurare troppo schematiche interdipendenze tra sviluppo economico e cultura, che la stessa presenza in un’unica, e seppure grande, città di tre geni universali come Dante Giotto e Arnolfo, costituisca una prova eloquente di quello straordinario successo urbano.

Del resto in città i forestieri affluivano in certa misura anche per ragioni turistiche oltre che per ragioni politiche o di commercio, e i fiorentini erano già noti per il loro spirito mordace, cioè per un carattere tipico del vivere urbano. E per concludere si può osservare che ai successi materiali nell’economia corrisposero, più che altrove, mutamenti profondi negli ideali economici, quali una nuovissima dignità della mercatura e un irrefrenabile desiderio di guadagno, oltre che nuove tecniche negli affari, a cominciare dalla diffusa abitudine di scrivere libri di conti e di varia amministrazione, lettere commerciali, trattati di mercatura.

Dante visse e si formò in questo ambiente, ma con queste nuove idealità e con gli uomini che ne erano portatori si sentì, per il suo «aristocraticismo», per il suo «gusto per l’arcaico», per la sua ammirazione per la vita cortese, poco in sintonia, per non dire in netto dissenso (cfr E. SESTAN, Dante e Firenze, in ID., Italia medievale, Napoli 1967, p. 290).

Dante e l’economia nel pensiero dantesco

Sul piano più specificamente politico il suo sogno, ancora tutto medievale, di restaurazione dell’impero, lo rendeva sostanzialmente estraneo alle più diffuse sensibilità dei suoi concittadini e di tutta la classe di governo, almeno della classe di governo guelfa, che era gelosissima dell’autonomia della città ed era destinata a vincere la partita col ghibellinismo, e non esclusi del tutto neppure i partigiani del ghibellinismo, che, nonostante le accuse degli avversari, erano ugualmente o forse soltanto poco meno accaniti difensori di quella autonomia.

Scarsa eco di quello straordinario fervore economico di Firenze ci recano conseguentemente le opere di Dante, anche se egli manifesta in proposito, com’è noto, i suoi non benevoli sentimenti. Come scrisse Ernesto Sestan, «egli è sordo completamente, tratto arcaico anche questo, al senso dell’economico, cioè al motivo principale per cui Firenze era quello che era, tutta protesa verso l’avvenire, la ricchezza, la potenza, con un empito di vita, turgido e turbolento certo, ma pieno di energie, ricco di promesse e di realizzazioni».

È forse per questo che nella profluvie di scritti su Dante quelli relativi alla vita economica non risultano particolarmente numerosi, anche se non manca chi, come Armando Sapori, affrontò, di proposito, il tema o chi, con qualche eccesso, ha parlato addirittura, di «pensiero di Dante in tema di economia », o chi è andato alla ricerca delle «istituzioni giuridiche», non escluse quelle riguardanti l’economia, nella Divina Commedia.

Il tema che affronto non costituisce dunque, nonostante lo scarso numero di questi studi, una novità, né attiene — va detto subito — alla valutazione, da parte di un incompetente, della poesia di Dante, ma piuttosto ad un aspetto, non secondario, della sua personalità. Se qualcosa di nuovo potrò dire, riguarda piuttosto il fatto che della vita economica considererò, diversamente da quello che generalmente è avvenuto in passato, tutti i settori, anche quelli più tradizionali e non soltanto quelli più nuovi, percorrendo il piccolo manipolo di studi agli uni e agli altri dedicato.

Quel conservatorismo e quella sordità di Dante di cui dicevo ne risulteranno confermati e più ampiamente articolati. Si può cominciare dall’attività agricola, dalla vita dei campi, dal mondo contadino, sulla scorta delle pagine che al tema sono state dedicate in anni recenti da Ildebrando Imberciadori e da Raffaello Melani. Ma non so quanto, esaminando i passi danteschi, si possa veramente parlare, in questo caso, di attività economica.
Dante percepisce in effetti tutta la vita agricola come un’attività indispensabile alla vita umana, al nutrimento degli uomini, il lavoro contadino degno di particolare apprezzamento — siamo lontani dai toni che egli assumerà, come vedremo, contro i contadini assetati di guadagno e anelanti a diventar cittadini —, le cure dedicate alle piante coltivate non contrastanti con l’ordine divino dell’universo, la loro fioritura in linea — come per i fiori e le piante spontanee — con i ritmi delle stagioni, con la benefica opera del sole, con gli stessi danni ricorrenti provocati dalle gelate o dalle piogge.

Si può anzi dire che, per molti aspetti, il tremolare delle marine, le nevi invernali, le nebbie, le brinate, l’aria cristallina delle giornate di tramontana, i temporali estivi, il lampeggiare del fulmine e il rimbombo del tuono, le descrizioni di fiumi, laghi e montagne, l’aria di maggio olezzante di erba e di fiori, la struggente malinconia delle foglie d’autunno, la luna, le stelle, il sole, i venti, cioè i paesaggi più vari e i fenomeni atmosferici, quali in passi numerosi Dante stupendamente evoca, si collochino in perfetta sintonia o almeno in naturale simbiosi con i campi coltivati, i lavori agricoli, la fatica dei contadini.

La coltivazione dei campi, come l’allevamento degli animali, non contrastano né con l’ordine divino dell’universo, né con quello sociale sulla terra, dove il poeta ci appare ancora sostanzialmente fedele allo schema «tripartito» che divide gli uomini in coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano la terra.

Su queste attività agricole, sugli animali e sulle piante coltivate il poeta offre immagini stupende. Là è il Mincio che uscendo dal Garda scorre in mezzo ai «verdi paschi» (If XX, 75); altrove vediamo le «pecorelle» uscire dall’ovile, a una, a due, a tre, luna addossata sull’altra (Pg III, 79-84), o le capre prima «proterve» a brucare sui dirupi riposarsi all’ombra satolle e ruminanti (Pg XXVII, 76-81). Altri versi evocano le brinate dell’inverno, quando il povero contadino («lo villanello a cui la roba manca») si dispera sino a quando il calore del sole non dissipa il biancore steso sulla campagna ed egli, col suo vincastro, può finalmente fare uscire il gregge al pascolo (If XXIV, 1-15); altri alludono alle pecore lasciate sole dal cattivo pastore: «e quando le sue pecore remote / e vagabunde più da esso vanno, / più tornano all’ovil di latte volte» (Pd XI, 127-129); altri versi ancora mostrano il pastore che pernotta all’aria aperta presso il suo gregge per difenderlo dai lupi (Pg XXVII, 82-84).

Di questa elementare vita dei pastori, come della vita dei campi, Dante offre altri spunti stupendi, realistici insieme e sublimati dalla sua poesia. E il sapore della vita dei campi si confonde con la fatica e la povertà degli uomini.

La «mazza» è lo strumento che caratterizza il villano, come la ruota la Fortuna (If XV 95-96). Curvo sul suolo intravediamo a «roncare», cioè a ricavare poveri campicelli sui monti di Luni, il «carrarese che di sotto alberga» (If XX, 47-48); oppure un suo simile del Falterona cui capita in sorte di scavare un tesoro, come narra il Convivio (IV 11): «veramente io vidi lo luogo ne le coste d’un monte che si chiama Falterona, in Toscana, dove lo più vile villano di tutta la contrada, zappando, più d’uno staio di santalene d’argento finissimo vi trovò, che forse più di dumilia anni l’aveano aspettato».

La campagna Toscana

Sono, questi, contadini di luoghi alti e campicelli strappati alla montagna in quella popolatissima Toscana di Dante, che non aveva più terre disponibili nelle bassure, anche per la presenza di estesi acquitrini e della malaria che teneva lontani dalla Maremma o dalla Valdichiana insediamenti umani ed agricoltura stabile e diffusa: tra Cecina e Corneto le boscaglie erano folte ed aspre e piene di «fiere selvagge» (If XIII, 7-9), in Maremma e nella Valdichiana gli spedali si riempivano di ammalati tra il luglio e il settembre (If XXIX, 46-51), quando la febbre colpiva chi si azzardava a scendere nelle valli per i lavori agricoli dell’estate.

Nella povertà della gente dei campi particolarmente commovente il povero sogno della spigolatrice nella notte resa canora dal canto delle ranocchie: «e come a gracidar si sta la rana / col muso fuor dell’acqua, quando sogna / di spigolar sovente la villana» (If XXXII, 31-33); e pieno di trasognato incanto lo spettacolo delle lucciole che al cadere della prima notte dei giorni di canicola si presenta allo stanco contadino:

Quando al villan che al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ‘1 mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’è vendemmia ed ara… (If XXVI, 25-30)

Numerosi sono nella Commedia gli accenni ai frutti: dai «fioretti» e dai saporosi frutti del melo (Pg XXXII, 73-74) alle susine trasformate in «bozzacchioni», cioè rese troppo dure dalla pioggia soverchia (Pd XXVII, 125-126), ma tra le più belle e frequenti sono da segnalare, com’è naturale, quelle relative ai grani e alla vite, che erano le piante fondamentali nell’agricoltura mediterranea del tempo di Dante. «Pon mente alla spiga, / ch’ogn’erba si conosce per lo seme» (Pg XVI, 113-114). Dal buono o dal cattivo seme dipende la buona o cattiva qualità della pianta: nella pianta «rivive la semenza» (If XV, 76).

Anche il terreno deve essere adatto alla pianta: «ogni semente / fuor di sua region fa mala prova» (Pd VIII, 139-140), e più il terreno è grasso più bisogna lavorarlo con attenzione e non abbandonarlo alla cattiva semenza: «tanto più maligno e più silvestro / si fa ‘1 terren col mal seme e non colto / quant’elli ha più di buon vigor terrestro» (Pg XXX, 118-120).

Né il coltivatore sia troppo incline al facile ottimismo per non restare poi deluso dal capriccio sempre minacciante della stagione: «sì come quei che stima / le biade in campo, pria che sian mature» (Pd XIII, 131-132). Numerose sono le similitudini tratte dalla vita agricola, come quella in cui si allude alle anime beate che furono sulla terra buone seminatrici (Pd XXIII, 132); o quella che, per deprecare il tralignare della fede, ci dice che San Pietro entrò «povero e digiuno / in campo a seminar la buona pianta, / che fu già vite ed ora è fatta pruno» (Pd XXIV, 109-111); o il passo in cui Dio Padre, sull’orma del Vangelo di San Giovanni, è detto «Ortolano Eterno» del Paradiso, che è l’orto di cui sono fronte le creature, e San Domenico è «l’agricola che Cristo / elesse all’orto suo per aiutarlo» (Pd XII, 71-72).
Infine, l’anima dei suicidi che vengono precipitati nell’Inferno perché peccando si sono da sé sottratti, prima del tempo, alla vita, viene gettata nella selva a loro destinata e «là dove fortuna la balestra / quivi germoglia come gran di spelta
» (If XIII, -99).

Alla vite appartengono alcune delle più belle evocazioni della vita agricola. Dante allude alla cura con cui per proteggere il frutto ormai maturo dai danni degli animali e dai furti degli uomini, il contadino rinforza di nuove spine la recinzione della vigna: «maggiore aperta molte volte impruna / con una forcatella di sue spine / l’uomo della villa quando l’uva imbruna» (Pg IV, 19-21) e sa che la vigna «tosto imbianca se ‘l vignaio è reo» (Pd XII, 87). Nel XXV canto del Purgatorio, infine, per spiegare al lettore il modo e il momento in cui Dio provvede a dare un’anima intellettiva al nuovo essere umano che si è venuto procreando dall’incontro del seme maschile con l’ovulo femminile, Dante conia la stupenda immagine del calore del sole «che si fa vino, / giunto all’omor che della vite cola» (vv. 77-78).

Questa ricca messe di allusioni alla vita rurale, che si collegava del resto alla scrittura e alla tradizione cristiana, non trova un altrettanto fitto corrispettivo in allusioni alle altre attività economiche. Le stesse attività artigianali o di spicciolo e quotidiano commercio, che pur non evocano, necessariamente, idee di lucro e di smodato desiderio di guadagno, vengono ricordate, qualche volta, con la consueta capacità di sintesi poetica, e generalmente quando esse siano attività tradizionali e indispensabili alla via dell’uomo.

Degli «artefici», «operaii» e «discenti», cioè apprendisti nelle diverse arti e mestieri il poeta accenna intanto a quello che costituiva il tratto fondamentale dell’organizzazione del lavoro, cioè la sottomissione al «maestro» (Cv IV, 6 e 9); ricorda, fra i mestieri, quelli del «beccaio», cioè del macellaio (Pg XX, 52), del fabbro (Pd II, 128), della filatrice — che era specifica attività di centrale importanza nella manifattura laniera fiorentina, ma da Dante descritta solo figurativamente o riferita alla Parca (Pg VI, 44; XXI, 25), o comunque nella forma antica e domestica della rocca e del fuso, e non in quella recente e industriale del filatoio a pedale (Pd XV, 112) —; ricorda ancora l’aguzzar delle ciglia del vecchio sarto per infilare il refe nella cruna dell’ago (If XV, 21; Pd XXXII, 140); accenna, figurativamente, all’ordito della stoffa (Pg XXXIII, 140; Pd XVII, 102) e alle stoffe colorate prodotte dai Tartari e dai Turchi (If XVII, 18).

Parla infine della taverna, come del luogo dei «ghiottoni», mettendola in contrapposizione alla chiesa, che è il luogo dei santi, come facevano tutta la letteratura e l’insegnamento religioso del Medioevo (If XXII, 14-15). Richiama poi i mestieri di spadaio, di frenaio, di sellaio, di scudaio, che all’«arte di cavalleria sono ordinati» (Cv IV, 6), e non tralascia, come vedremo per la pesca e le arti del mare, di accennare ripetutamente anche alla caccia.

Forse, anche in questo caso come in quello, la diretta esperienza, magari come ospite di qualche signore, gli suggerisce vivissime immagini sull’inseguimento del cinghiale e, più ancora, sulla caccia col falcone, ma non tralascia neppure di fare qualche riferimento all’attività degli uccellatori armati di arco e frecce o all’uso, certamente più plebeo, della ragna o della pania (cfr la voce «Caccia» in G. SIEBZEHNER-VIVANTI, Dizionario della Divina Commedia, a cura di Michele Messina, Milano 1965, p. 83).

Ma qui si potrebbe dire che l’attività economica presenta un confine molto mobile con lo spasso e il divertimento o che la caccia, ai suoi livelli sociali più bassi, finisce per sfociare nelle attività agricole o para-agricole. Evocate, del resto, anche per i cenni ad alcune operazioni relative alla trasformazione dei prodotti dei campi, quali il simbolico richiamo alla «maciulla» per le fibre tessili (If XXXIV, 56), o quelli alla molitura nei molini a vento (If XXXIV, 6) o nei molini «terragni» — c’erano anche molini galleggianti sui corsi d’acqua —, la cui ruota a pale era mossa dall’acqua portata da una «doccia» (If XXIII, 46-48).

Più ampiamente Dante tratta delle attività marinaresche, con una precisione che fa ritenere egli abbia sperimentato personalmente o almeno osservato. Parecchi passi delle sue opere attestano, in effetti, una sua precisa conoscenza di argomenti marittimi e particolarmente d’arte navale.
Di solito «questi richiami gli servono per paragone, o immagine, o similitudine, che conferisce efficacia e varietà a un contesto d’altra natura: questo fatto, che sposta la descrizione navale al margine del quadro, e quasi induce il lettore a sorvolare su di essa, pone però di per se stesso in più evidente risalto il pregio dell’esattezza (che potremmo dire ‘ tecnica ‘ o anche ‘ fotografica ‘ in parecchi casi), il quale rinvigorisce il richiamo e lo rende caro soprattutto a noi marinai — così un ingegnere della Regia Marina Italiana che ha sottoposto ad analisi tutte le opere di Dante —. S’incontrano poi con una certa frequenza termini isolati tratti dallo stesso ambiente marino, che sono semplici tropi» (cfr R. ORENGO, Le arti del mare, p. 163). Il poeta, fra le tante cose che ci dice, delinea i confini tra attività pescatoria e arte navale (Cr IV, 9), descrive i «buchi» a riva o tirati in secco, il supplizio dei «mazzerati» precipitati in mare, il sogno senese per Talamone, l’incagliarsi di una nave all’inizio di un porto-canale, le funzioni di comando del nocchiero, le discussioni tra i responsabili sul momento migliore per uscir dal porto, la delicata manovra per entrarvi, la discesa del palombaro per imbragare o disimpegnare l’ancora, l’orientamento per la rotta notturna, i delfini che a frotte seguono la nave; fa allusione alla bussola, ma soprattutto egli ci descrive la fervida, rumorosa, acre attività dell’Arsenale di Venezia nei mesi invernali, quando si viene interrompendo o diradando la navigazione (If XXI, 7-18), al quale egli fece sicuramente più di una visita, come scrive Orengo, «fra le moli imponenti degli scafi, fra le macchine e i cordami e le vele e i ferzi scuciti, attorno alle caldaie di pece navale», dove si agitava «la folla delle maestranze», correndo, battendo, gridando, lavorando «in un apparente disordine che ha talvolta movenze di lotta».

Le attività a cui i suoi versi con precisione richiamano sono quelle del carpentiere, del calafato, del maestro d’ascia, del remaio e legnaiolo, del cordaio, del velaio. Ma anche in questo caso, nonostante l’eccezionalità dell’arsenale descritto — in esso venivano approntati i vascelli sui quali Venezia costruiva la propria grandezza e supremazia marittima, che era anche supremazia commerciale non diversamente da quella di Firenze — Dante è disposto ad ammirare perché il lavoro nell’arsenale può essere in fondo ammirato proprio per il suo eccezionale fervore (non dedurrei un giudizio negativo dal fatto che la scena viene utilizzata per dare un’idea dell’Inferno).

Dante e l’economia: la finanza medievale

Completamente diverso ciò che Dante pensa del mondo economico dei mercanti o mercanti-banchieri in quanto tale, e della vita fiorentina ai loro successi strettamente legata. Intanto ne condanna il principale strumento e simbolo di successo internazionale, cioè il fiorino d’oro, il «maladetto fiore», coniato, com’è noto, tredici anni avanti la sua nascita e diventato la più importante e apprezzata moneta internazionale negli anni del suo esilio. E lo condanna perché, attraverso le loro operazioni bancarie, i fiorentini hanno instillato la cupidigia dell’oro negli stessi pastori cristiani, trasformandoli in lupi, e ha conseguentemente «disviate» «le pecore e li agni» ad essi affidati [Pd IX, 127-132).

Né Dante si accorge, né gli interessa mettere in rilievo che proprio quella da lui maledetta moneta sfuggì, per scelta precisa dei suoi concittadini, a quelle manipolazioni a cui si abbandonarono Filippo il Bello relativamente alla propria — e lo stesso Arrigo VII, più gravemente, perché consentì che altri battessero il fiorino fiorentino: ma ce lo dice il Villani, che era anche un mercante, e non Dante! —, quelle manipolazioni cui in effetti ricorsero gli stessi fiorentini, ma sulla moneta dei «piccioli» d’argento, che era moneta a circolazione interna, assicurandosi, per questa via, un utile in sovrappiù, dal momento che si facevano pagare in fiorini nelle transazioni internazionali, ma compensavano in «piccioli» i loro dipendenti: dal rapporto tra 240 denari di piccioli per un fiorino d’oro nel 1252, anno della introduzione di quest’ultimo, si passò a 360 al momento della nascita di Dante e a ben 684 al momento della sua morte (cfr A. SAPORI, Dante e la vita economica, p. 523).

Ma non pare fossero motivazioni sociali quelle che spingevano Dante a scagliarsi contro le manipolazioni della moneta né, per le monete più importanti, preoccupazioni di turbamento per il commercio internazionale, sì piuttosto la sua costante deplorazione della fame dell’oro. Era un peccato che egli riscontrò soprattutto negli usurai e negli avari. Anzi i prodighi come gli avari sono sottoposti, nel canto VII dell’Inferno, alla stessa pena perché «il loro vizio ha il medesimo movente nell’immoderata brama delle ricchezze, che gli uni accumulano per il piacere del possesso e gli altri per profonderle irragionevolmente»; e per quanto nel giorno del giudizio l’opposta natura del loro peccato risulterà dal fatto che gli avari usciranno dal sepolcro col pugno chiuso, i prodighi con i capelli mozzi, non pare certo ai dantisti, da un esame completo delle opere del poeta, che egli abbia ritenuta, come pur gli suggerivano Aristotele e San Tommaso, la prodigalità meno grave dell’avarizia. Un tipo particolare di prodighi, cioè i dilapidatori di sostanze, è anzi punito, insieme ai suicidi, in una parte più bassa dell’Inferno.

Ma è la senz’altro più odiosa avarizia, come uno dei sette vizi capitali tradizionali del Medioevo — meno grave della superbia, ma particolarmente opposta allo spirito del cristianesimo —, che attirò l’attenzione di Dante. Egli illustrò «il tormento che la brama insaziata di ricchezze provoca negli avari» (Cv IV, 12) e ne dette plastico simbolo con la famelica lupa della selva infernale: «maladetto» l’avaro «che desidera sé sempre desiderare» (Cv III, 15).

Nel I canto dell’Inferno egli fece dell’avarizia la più grave corruttrice della società del suo tempo e contro di essa è specificamente invocato l’intervento di un grande riformatore dei costumi. In molti luoghi del poema o di altre opere egli bollò chi ne era macchiato: papi e cardinali, intere cittadinanze o popoli come i Fiorentini, i Bolognesi, i Catalani, la dinastia dei Capetingi, singoli sovrani, letterati, principi e signori del suo tempo. Per ciò che riguarda l’usura Dante si allineava non alle pratiche, accettate anche dai religiosi, ma al pensiero della Scolastica e della Chiesa, che affermavano non potersi richiedere un interesse, anche modico, dal denaro dato in prestito: «pecunia pecuniam parere non potest», «mutuum date, nihil inde sperantes». Chi presta non può farsi pagare il tempo, che appartiene soltanto a Dio (cfr G. ARIAS, Le istituzioni giuridiche, pp. 189-191. 15).

Dante cita Aristotele, dal quale anche la Scolastica aveva preso le mosse, e la Genesi, ma, senza indugiare in sottigliezze filosofiche, condanna l’usuraio perché ponendo la sua speranza nel frutto del denaro, dispregia sia la natura che l’arte. Egli infatti non cerca né frutti naturali, né frutti artificiali ottenuti a somiglianza di questi, e dispregia quindi Dio, perché la natura «prende corso dal divino intelletto» e l’arte si modella sulla natura. La gravità del peccato rendeva ancora più grave il comportamento pratico di pontefici ed ecclesiastici, a cominciare dal «caorsino» — il termine suonava come usuraio — Giovanni XXII, «adoratore entusiasta della legge del Battista» . E dalla descrizione stessa della pena a cui sono condannati gli usurai — accovacciati sulla rena essi tentano invano, con inutile fatica, di difendersi contro la pioggia di fuoco non diversamente dai cani contro la calura estiva —, dal non citarne nessuno per nome, risalta tutto il disprezzo del poeta e insieme l’allusione, come commenta Benvenuto da Imola, alla vita dell’usuraio, che sta sempre seduto al suo banco, intento ad ammucchiare e a contare il denaro (cfr O. CAPITANI, Usura, e S. JACOMUZZI, Usurai, in Enciclopedia Dantesca, vol. V, Roma 1976, pp. 852-54).

E più spregevole il peccato d’usura quando a macchiarsene sono i nobili o nobilitati o cittadini d’antica origine — sulla complessa realtà e origine della nobiltà del tempo, specie di quella che viveva entro le mura urbane non è qui il caso di soffermarsi —, contro i quali — Giangigliazzi, Obriachi, Scrovegni —, si scaglia con particolare furore, non diversamente che contro i conti Guidi falsari di moneta, il poeta, che della nobiltà e del vivere cavalleresco aveva ben altra opinione e considerò nel Convivio (IV, 13) la larghezza del donare, che era virtù tipica della nobiltà, «vertude ne la quale è perfetto bene e la quale fa li uomini splendenti e amati»; e la vera nobiltà, nella fase più matura del suo pensiero, come combinazione della nobiltà del sangue e delle qualità personali.

Ma attraverso le parole di Marco Lombardo, nel canto XVI del Purgatorio, egli denuncia amaramente che le virtù cavalleresche — valore e cortesia — sono ormai tramontate per far posto, come dice nel XVI dell’Inferno, a «orgoglio e dismisura», e agli stessi antichi cavalieri e ai loro costumi di vita, al «pregio della borsa e della spada» (Pg VII, 129), cioè alla liberalità e al valore militare, sono venuti sostituendosi la «gente nova e i subiti guadagni».

Questo non, per la verità, con l’intenzione di negare la sempre esistita possibilità, nella società umana, dei mutamenti delle fortune delle famiglie, come del resto di quelle degli Stati, del montare, signoreggiare e cadere delle aristocrazie; ma questi mutamenti avrebbero dovuto verificarsi, a giudizio del poeta, ordinatamente e senza scosse, veloci sì, ma di una velocità rapportata all’eternità, secondo i capricci di una fortuna che era pur sempre ministra di Dio, come risulta dal canto VII dell’Inferno (vv. 73-90).

Ora invece ciò che Dante si trovava sotto gli occhi non era soltanto il tralignare di stirpi nobili o nobilitate — magari non da molto, ma da quanto bastava per assumere toni nobileschi fra i concittadini —, ciò che egli percepiva con chiarezza, come risulta da un passo del Fiore poco noto agli storici e più perspicace di molte opinioni recentemente fattesi strada su una presunta immobilità delle aristocrazie o nobiltà comunali, era il sovvertimento dell’ordine sociale del Medioevo.

Il passo ricorda che i «borghesi» — parola di ambito francese che non ritorna in altre opere di Dante (Cfr. Enciclopedia Dantesca, vol. I, p. 684.) — «son oggi tutti quanti» «sopra i cavalieri»: «venditori», costoro, «di lor derrate e atterminatori», spietati ed esigenti riscuotitori dei loro crediti, avrebbero ridotto i gentiluomini a fare panieri, dopo aver venduto case e terre; «vedete che danari hanno usorieri, siniscalchi e provosti e piatitori! che tutti quanti sono gran rubatori, e sì sono orgogliosi molto e fieri».
Di questo orgoglio da nuovi ricchi Dante aveva prove luminose nella sua città, lui che, sia pure modestamente, aveva dato alla sua vita, sin dalla prima giovinezza, una impostazione nobilesca.

E più offensivo questo orgoglio perché le ondate successive di campagnoli venute ad ingrossare la città e a rinsanguare le schiere degli affaristi, dei prestatori e dei mercanti, gli apparivano costituite da uomini volgari, ancora intrisi del puzzo delle stalle, schiavi della servitù del denaro, e per di più pronti e capaci di assidersi a fianco dei cittadini antichi — magari antichi, perché si era perso il ricordo del loro arrivo nel corso di una precedente ondata di inurbamento e del successivo affinamento in città — o anche di scalzarli non soltanto dai primi posti della società cittadina, ma anche dai banchi del governo.

Questi spunti di risentita satira anticontadina, ai quali possiamo aggiungere le immagini della primitività montanara — i «brutti porci» casentinesi «più degni di galle che d’altro cibo fatto in uman uso» (Pg XIV, 43-44); il montanaro «che stupido si turba […] e rimirando ammuta, quando rozzo e salvatico s’inurba» (Pg XXVI, 67-69) — fanno singolare contrasto con le immagini, più indietro richiamate, dei contadini e dei pastori obbedienti ai ritmi della vita naturale. A fronte di questa cittadinanza imbastardita dal sangue grossolano dei contadini incittadinati, involgarita dai villani che fanno l’occhio aguzzo di fronte al commercio del denaro, che cambiano e mercano, Dante si rifugia, com’è noto, nel sogno retrospettivo di una cittadinanza ancora incontaminata da apporti esterni, pura sin nel sangue del più modesto artigiano.

Questa Firenze dell’avo Cacciaguida assume nell’immaginazione poetica e ideale i contorni di quelle età dell’oro tipiche dell’immaginario medievale. Ma in questo caso non si tratta di sognare un regno dell’abbondanza o della uguaglianza sociale, come in molti di quei casi avveniva, ma piuttosto una città che pur conosceva popolo e schiatte, queste ora andate in rovina e venute al nulla, per la superbia, le divisioni, la «confusione delle persone» determinata dai nuovi arrivati; e una città «sobria e pudica», dove il lusso non era ancora esploso, dove le doti erano ancora modeste, dove le donne non avevano ancora scoperto gli abbellimenti del trucco.
Nel sogno di questa Firenze immaginaria le mogli non venivano ancora abbandonate dai mariti mercanti in terra di Francia, le madri vegliavano sulle culle e, con la rocca in mano, favoleggiavano con la famiglia «de’ Troiani, di Fiesole e di Roma» (Pd XV e XVI).

Di quei nuovi mercanti, della loro sete di ricchezza, dalla quale si sentiva moralmente lontano, Dante non capì la grandezza e respinse la funzione di costruttori di una nuova economia e di una nuova morale, ma ce ne lasciò, da par suo, e pur ripetendo il luogo comune dei mali prodotti dalla ricchezza, uno scorcio stupendo relativamente al loro preoccupato girovagare per strade e località diverse: «quanta paura è quella di colui che appo sé sente ricchezza, in camminando, in soggiornando, non pur vegliando ma dormendo, non pur di perdere l’avere ma la persona per l’avere! Ben lo sanno li miseri mercatanti che per lo mondo vanno, che le foglie che ‘1 vento fa menare, li fa tremare, quando seco ricchezze portano; e quando sanza esse sono, pieni di sicurtade, cantando e sollazzando fanno loro cammino più brieve» (Cv IV, 13).

Della nuova Firenze, della sua nuova ricchezza che egli avverte come una maledizione, della sua espansione mercantile e del suo successo economico in Europa, che pur non può non vedere, il poeta mette in luce, con ironia, soltanto la trista fama: «Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande, / che per mare e per terra batti l’ali, / e per lo ‘nferno tuo nome si spande» (If XXVI, 1-3). I versi paiono quasi il suggello del dramma dell’incomprensione tra la grandezza di Firenze e la grandezza di Dante.

Giovanni Cherubini

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