DANTE E LE PAROLACCE

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Dante e le parolacce. Dal Festival del Meioevo di Gubbio un originale saggio sull'argomento.
Bestiario Medievale

Dante e le parolacce. Il sommo poeta, uno dei fondatori della lingua italiana, ha scritto davvero parolacce. La risposta è ovviamente affermativa. Ma la si può articolare in maniera molto divertente. Come spesso ci capita in questa sezione, lasciamo la parola al Festival del Medioevo e ai suoi autori.

Non solo il celebre «ed elli avea del cul fatto trombetta» (If, XXI, 139) ma aggettivi e sostantivi come «sterco», «merda». E verbi come «puttaneggiar» (If, XIX, 108). C’è un Dante “proletario” che accanto al dolce stile del volgare illustre, alla parola ornata di Virgilio o all’angelica, soave e piana, voce di Beatrice, non esita ad usare parole oscene, sconce o ignobili che hanno precisa fonte nella Bibbia.

Federico Sanguineti, ordinario di Filologia italiana e Filologia dantesca presso l’Università degli Studi di Salerno nel suo ultimo libro “Le parolacce di Dante Alighieri” (Tempesta Editore, 2020) in quattordici brevi capitoli indaga intorno all’anti-sublime della Divina Commedia. E invita a rileggere Dante lontano dagli stereotipi scolastici. Tuffiamoci nella questione Dante e le Parolacce.

Senza evocare la vexata quaestio relativa alla cosiddetta tenzone con Forese, l’idea di un libro intitolato Le parolacce di Dante Alighieri mi fu raccomandata da un compianto amico mio e non de la ventura, che ‒ pensando al VII centenario della morte del Poeta ‒ mi suggerì di scrivere un opuscolo divulgativo su questo aspetto del capolavoro: la presenza, più o meno esplicita, soprattutto nell’Inferno, di parole ignobili, oscene, sconce, o, altrimenti detto, di un linguaggio opposto al dolce stile del volgare illustre, alla parola ornata di Virgilio o all’angelica, soave e piana, voce di Beatrice.

Si pensi, quanto al lessico di registro basso e comico, anti-sublime e anti-tragico, a sostantivi e aggettivi, attestati nel canto XVIII dell’Inferno, come «sterco» (v. 114), «merda» (v. 116), «merdose» (v. 131) e «puttana» (v. 133). O a un verbo, nel XIX canto dell’Inferno, come «puttaneggiar» (v. 108).

Dove c’è «ontoso metro» (If, VII, 33), accade di tutto: ci si imbatte in un verso come «ed elli avea del cul fatto trombetta» (If, XXI, 139) e persino si incontra chi le mani alza «con ambedue le fiche, / gridando: “Togli, Idio, ch’a te le squadro”» (If, XXV, 2-3).

Il Poema si rivela insomma la sede, non soltanto del sublime, della poesia e delle parole, ma anche, in particolare nella prima cantica, dell’anti-sublime, della contro-poesia e delle parolacce.

Per dirla nei termini di Aulo Gellio nelle Noctes Atticae (XIX, VIII, 15), oltre che scrittore classico e impegnato («classicus adsiduusque aliquis scriptor»), Dante è proletario («proletarius»).

Ma, per cominciare, chi è il Poeta che mescola nel suo capolavoro parole e parolacce? Si sa che Dante ha l’ambizione di presentarsi:

‒ come toscano di «nobil patria natio» (If, X ,26), vale a dire originario di Firenze;
‒ come discendente della «sementa santa» (If, XV, 76) degli antichi Romani fondatori della città;
‒ come «fiorentino» all’orecchio di un pisano (If, XXXIII, 11)

Inoltre:

‒ come autore di una canzone commentata nel terzo trattato del ConvivioAmor che ne la mente mi ragiona (Pg, II, 112), ma ricordata anche nel De vulgari eloquentia (II,VI, 6) a fianco della consolatoria di Cino per la morte di Beatrice, Avegna ched el m’aggia più per tempo, dove il Pistoiese non solo replica lo schema metrico del componimento centrale della Vita nova (XXIII, 17-28), Donna pietosa e di novella etade, ma, evocando i tre argomenti più nobili («tria nobilissima») nel trattato dantesco (II, VI, 1), «Salute» (v. 27), «Virtute» (v. 28) e «Amor» (v. 43), dà modo a chi legge di ascoltare ‒ per la prima volta in assoluto ‒, se non la voce della donna amata da Dante, almeno una qualche eco, facendole dire quanto segue: «Mentre ched io fui / nel mondo, ricevei onor da lui, / laudando me ne’ suoi detti laudati» (vv. 72-74);

‒ come autore della canzone Donne ch’avete intelletto d’amore (Pg, XXIV, 51), inserita nella Vita nova e citata due volte nel De vulgari eloquentia: la prima in quanto più che eccellente modello di stile sublime («tragica coniugatio»), in opposizione a comica «cantilena» (II VIII 8); la seconda dopo Donna me prega, essendo entrambe, sia quella di Cavalcanti che quella di Dante, canzoni di soli endecasillabi (II, XII, 3);

‒ come chi nella Vita nova fu tale «virtüalmente, ch’ogni abito destro / fatto averebbe in lui mirabil prova» (Pg, XXX, 115-117).

Infine:

‒ come autore della canzone Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete (Pd, VIII, 37), commentata nel secondo trattato del Convivio;

‒ come colui il cui «sopranome» (oggi si direbbe cognome) deriva da una donna, Alighiera, moglie di Cacciaguida, nata in «val di Pado» (Pd, XV, 137-138), cioè in Val Padana;

‒ come costretto, lasciando «ogni cosa diletta / più caramente», a liberarsi di ogni forma di proprietà privata, feudale o borghese, e a provare, a causa dell’«essilio», «sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» (Pd, XVII, 55-60).

Questa riduzione alla condizione di proletario, profetizzata nel Poema come destino, non fa che riassumere quanto si legge in apertura o quasi di Convivio (I, III, 4-5), dove l’espressione «in fino al colmo de la vita mia» è un endecasillabo che anticipa, almeno per il contenuto, l’incipit del Poema («Nel mezzo del cammin di nostra vita»):

Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno ‒ nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato ‒, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato, nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare“.

In breve, nel corso della sua esistenza, Dante acquista coscienza che la sua classe di origine, la «poca» o piccola «nobiltà di sangue» (Pd, XVI, 1), per quanto egli possa vantarsene, è un abito da dismettere, giacché, necessitando continuamente di rattoppi, non ha futuro (Pd, XVI, 7-9):

“Ben sè tu manto che tosto raccorce:
sì che, se non s’appon di dì in die,
lo tempo va dintorno colle force”.

Sono versi chiosati, come meglio non si potrebbe, nel Capitale di Karl Marx:

«La struttura economica della società capitalistica è derivata dalla struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha liberato gli elementi di quella», per cui ne consegue che coloro che si trovano sciolti dalla servitù della gleba e dalla coercizione corporativa divengono «venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie offerte per la loro esistenza dalle antiche istituzioni feudali» (I, VII, 24 § 1).

A chiarire le cose fino in fondo, occorre aggiungere che all’antagonismo fra nobiltà feudale e borghesia si accompagna quello generale fra sfruttatori e sfruttati, fra ricchi oziosi e lavoratori poveri, ragion per cui ‒ si legge nell’Introduzione all’Anti-Dühring di Friedrich Engels ‒ accade quanto segue: «fin dalla sua origine la borghesia era affetta dall’antagonismo che le è proprio: non possono esserci capitalisti senza operai salariati, e nella stessa misura in cui il maestro della corporazione medievale evolveva nel borghese moderno, il garzone della corporazione e il giornaliero che non apparteneva a nessuna corporazione evolveva nel proletariato. E sebbene nel complesso la borghesia avesse il diritto di pretendere di rappresentare contemporaneamente, nella lotta contro la nobiltà, gli interessi delle diverse classi lavoratrici dell’epoca, pure, in ogni grande movimento borghese, scoppiavano dei moti autonomi di quella classe che era la precorritrice più o meno sviluppata del proletariato moderno».

A Firenze si ha infatti:

‒ nel 1343, la prima organizzazione politica del proletariato in Corporazione d’arti e mestieri (o Parte) dei Tintori e dei Farsettai;
‒ nel 1345 il primo sciopero generale organizzato da Ciuto Brandini;
‒ il 20 luglio 1378 la prima rivoluzione proletaria della storia capeggiata da Michele di Lando, il cosiddetto «Tumulto dei Ciompi».

Riassumendo, nello svolgersi della vita di Dante, si possono individuare tre momenti:

‒ il primo, nel quale il Poeta, esponente della piccola nobiltà fiorentina, fa riferimento al maggior rappresentante culturale dell’aristocrazia di Firenze, il magnate Guido Cavalcanti, primo dei suoi amici (è il periodo in cui nascono i componimenti che costituiscono la Vita nova);

‒ il secondo in cui, dopo la disfatta a Firenze dell’aristocrazia magnatizia e la vittoria della borghesia, i cosiddetti «Ordinamenti di Giustizia» (1293), il Poeta, assunta durante il priorato (1300) una posizione politica avversa all’élite finanziaria filo-angioina alleata alla Chiesa e uscendone sconfitto, si relaziona al più progressista intellettuale laico del tempo, il giurista e poeta Cino da Pistoia, secondo dei suoi amici (Convivio e De vulgari eloquentia);

‒ il terzo quando, ormai decaduto a proletario, facendo «parte per» sé «stesso» (Pd, XVII, 69), egli dedica alla storia universale un’opera unica dove, come nella Bibbia, mescola parole e parolacce.

Federico Sanguineti

Ovviamente per chi volesse approfondire il tema di Dante e le parolacce basterà cliccare qui.

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