DANTE E LA PAROLA

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Dante e la parola. Un'interessante analisi sulla costruzione
Dante e la parola.

Dante e la parola. A distanza di 700 anni i versi scritti da Dante sono ancora densi di “sonorità” chiaramente riconoscibili da noi uomini contemporanei. La sequenza delle lettere e perfino la selezione delle consonanti fanno parte della stupefacente messa in scena dantesca. Dal Festival del Medioevo un’interessante dimostrazione.

Dante è vivo e ci parla ancora. Stefania Meniconi, insegnante di liceo a Foligno, sperimenta da anni l’attualità del grande poeta presso le nuove generazioni. Ecco un estratto del suo ultimo libro Dante Alighieri giovane tra i giovani. Cinque studi sulla vitalità di Dante, pubblicato da Ginko Edizioni e dedicato a “Caron dimonio” (Inferno, III, v. 109).

Dante: l’Inferno

Uno dei personaggi che i miei studenti preferiscono è sicuramente Caronte: mostro demoniaco occhi di bragia, Caronte si impone alla fantasia del lettore non solo per gli aspetti iconici della sua figura (barba e capelli bianchi, fiamme negli occhi e un remo come arma), ma anche per gli aspetti fonici che gli sono collegati.

Le grida con le quali si presenta alla riva malvagia danno già il tema “musicale” dell’incontro, ma se si vanno a rileggere poi le sue parole:

Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti (If. III, 84-89),

e poi

Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti (If. III, 90-93),

non sfuggirà di certo che la maggior parte della suggestione evocata da questi versi è nella sapiente combinazione delle consonanti, specialmente dei gruppi muta + r che rendono il linguaggio aggressivo e violento. Non sarà un caso che le anime siano spaventate, a quanto sottolinea il poeta-testimone, non tanto dal vedere Caronte, ma proprio dalla potenza negativa sprigionata dalle sue parole:

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude… (If. III, 100-102)

Il riferimento al passo di Caronte ci dimostra che l’efficacia comunicativa della poesia dantesca risiede non solo nella scelta (e talora nell’invenzione) di parole immortali, ma talvolta anche nella sapiente sequenza fonica con cui vocali e consonanti si dispongono nel verso.

I suoni graffiano, scavano, incidono, esattamente come altrove lusingano, aprono, sollevano. Se si guarda per esempio al primo canto del Purgatorio, si noterà una scelta lessicale completamente diversa per descrivere il nuovo ambiente: nei primi trenta versi a prevalere sono parole ricche di liquide, in cui la r e la l, semplici, o più spesso doppie, fanno scivolare dolcemente la voce sopra le acque tranquille del nuovo regno. Si veda ad esempio l’apertura:

Per correr migliori acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno… (Pg. I, 1-2),

dove non sfuggirà l’intensa suggestione pasquale dell’attacco, con quel tanto di festoso portato dalle vele bianche che si levano nell’aria limpida.

Ebbene, proprio la sequenza fonica delle liquide risponde ai criteri sopra ricordati, mentre manca completamente il gruppo muta + r caratteristico delle atmosfere infernali, che non a caso torna immancabilmente nel verso successivo, dove sopravvive il ricordo della precedente tappa del viaggio. Infatti la navicella dell’ingegno dantesco lascia dietro a sé mar sì crudele, verso nel quale non una, ma addirittura due occorrenze della sequenza consonantica descritta, contribuiscono a ricreare l’orribile atmosfera che il poeta accompagnato da Virgilio si è appena lasciato alle spalle.

Dante

D’altronde, l’idea che il tema sonoro del Purgatorio sia effettivamente la liquida, specialmente doppia, è confermata un po’ dovunque, qua e là nella cantica, ma forse l’esempio più eclatante resta la chiusura del canto XXXIII, che vale anche come congedo generale dal secondo regno:

Io ritornai dalla santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinnovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire alle stelle. (Pg. XXXIII, 142-145)

Versi nei quali non solo il gioco fonico descritto, ma anche le insistenze lessicali sul campo semantico della novità e della rinascita ripropongono il tema pasquale iniziale, qui però avvalorato dall’esperienza compiuta nei tre giorni di viaggio, reso perciò più maturo e pronto per l’ultima tappa.

È evidentemente per questo potere fortemente consolatorio dell’atmosfera purgatoriale che un mio studente, Andrea, dice che quando le cose girano storte, i versi del primo del Purgatorio che seguono di poco quelli già citati:

Dolce colore d’oriental zaffiro
che s’accoglieva nel sereno aspetto
del mezzo, puro insino al primo giro (Pg. I, 13-15)

riescono a calmarlo. La scena successiva, su cui pende lo bel pianeta che d’amar conforta, continua Andrea, mostra Venere maestoso e puro che sta facendo il “giro” della terra: una scena potente, con un potere magico, con un linguaggio che “urla liberazione” e lo fa sentire meglio, dandogli il desiderio di fare qualcosa di bello nella vita.

Credete che sia poco? Se Dante fa questo effetto a un giovane di diciannove anni nell’anno 2020, ebbene questo dimostra che la potenza comunicativa del linguaggio dantesco non si è ancora attenuata. (…)

Quando parlo di Dante agli studenti, e in generale di letteratura, cerco sempre di trasmettere loro l’idea che queste cose ci interessano non perché sono scritte sui libri che dobbiamo studiare, né perché fanno parte del programma: c’è una causa più intensa e personale che ci spinge verso questi testi, ed è il fatto che tutto quanto gli scrittori, più o meno antichi, hanno scritto nel corso dei secoli, è stato un tentativo di rispondere ai problemi eterni dell’essere umano, chiarire il groviglio oscuro delle pulsioni e dei sentimenti, tenere a bada la paura e il dolore, attraversare l’angoscia e dare una spiegazione alla morte. Capire il senso della vita e il nostro posto nel mondo, imparare a riconoscere la bellezza, saper osare l’amore e il coraggio.


Ecco dunque come stanno le cose: sono profondamente convinta, e voglio che i miei studenti lo sappiano, che studiare Dante e la parola di Dante non è cosa di poco momento, che si possa fare così, tanto per fare. Anzi, ne va della vita. Questi versi ti verranno in aiuto quando meno te lo aspetti, e dalla bellezza riceverai coraggio e la forza di andare avanti.

Stefania Meniconi

Chi fosse interessato ad approfondire il tema di Dante e la parola clicchi qui.

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