DANTE BANDITO DA FIRENZE

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Dante bandito da Firenze. Un nuovo testo approfondisce la vicenda storica e umana della cronaca di allora
Dante cacciato da Firenze

Dante bandito da Firenze. Come sono andate le cose. Un’inchiesta a suo nome c’è. La propone un testo selezionato dal Festival del Medioevo: Vite nuove. Biografia e autobiografia di Dante (Carocci, 2021) di Elisa Brilli e Giuliano Milani. Si tratta di un’originale inchiesta a quattro mani, in cui documenti e opere sono esaminati in modo distinto ma posti in costante dialogo. Gli autori ricostruiscono l’itinerario di un uomo che ha assistito ai grandi sconvolgimenti della sua epoca e che ha tentato a più riprese di dare un senso alla sua vita attraverso la scrittura, inventando nuove forme di racconto di sé dai contenuti sempre mutevoli.

È stata istruita un’inchiesta […] contro il signore Palmieri Altoviti, del sestiere di Borgo, Dante Alighieri, del sestiere di San Pier Maggiore, Lippo di Becca, del sestiere di Oltrarno, e Orlanduccio Orlandi, del sestiere di Porta del Duomo. Secondo le informazioni giunte alle nostre orecchie e alla corte sulla base della pubblica fama, prima durante o dopo l’esercizio del loro priorato […] essi hanno commesso […] delle baratterie, dei guadagni illeciti e delle estorsioni ingiuste in denaro o in natura, […] hanno ricevuto del denaro, dei beni, delle promesse di pagamento o degli impegni impliciti […] per far eleggere i nuovi priori […]; hanno commesso o fatto commettere frodi o baratterie, con spesa di denaro pubblico o di beni pubblici del Comune […] contro il sommo pontefice, contro il signore Carlo per opporsi alla sua venuta, o ancora contro il pacifico stato della città di Firenze e della parte guelfa; […] lo hanno fatto per provocare la divisione della città di Pistoia […] e favorire l’espulsione da questa città della parte che è detta dei neri […], per allontanarla dall’alleanza con la città di Firenze, dalla soggezione alla santa romana Chiesa e al signore Carlo, paciere in Toscana.

Poco dopo aver assunto la carica di podestà, Cante Gabrielli, che era entrato a Firenze insieme a Carlo di Valois e Corso Donati nel novembre 1301, istituisce un tribunale speciale a cui affida il compito di indagare sui priori dei due anni precedenti.

Di solito, dopo la fine del loro mandato i priori sono sottoposti a un processo per verificare che abbiano amministrato bene. In questo caso, con una procedura straordinaria, il podestà decide di porre sotto inchiesta anche i priori che hanno già passato l’esame.

I giudici scoprono allora che alla fine del 1299 un cittadino, Corso Ristori, ha corrotto il fratello, all’epoca priore, e due dei suoi colleghi per influenzare le elezioni dei priori del bimestre successivo, il primo dell’anno 1300. I priori eletti avrebbero favorito a loro volta l’elezione dei loro successori, e così di seguito, di bimestre in bimestre, sino al mese di giugno, quando viene eletto Dante. Secondo gli inquirenti, questo sistema ha permesso allo stesso gruppo politico di controllare il priorato per una buona parte del 1301, da aprile a novembre, ossia fino all’arrivo di Carlo di Valois e all’istituzione del regime nero.

La pressione per far eleggere dei priori “amici”, ben disposti, cioè, a continuare l’opera dei loro predecessori, è una pratica diffusa in un sistema in cui l’esecutivo cambia ogni due mesi. Al tempo stesso, essa rende meno efficace la lotta alla concentrazione del potere che proprio la brevità del mandato dei priori dovrebbe garantire.

Qualificando come un crimine politico tra i più gravi una pratica sino a quel momento largamente tollerata, i giudici e la parte politica che li sostiene colpiscono i loro nemici con un potente strumento giudiziario. Quest’accusa permette infatti di ricorrere a procedure straordinarie come l’imputazione sulla base della sola “pubblica fama” che le leggi e gli Ordinamenti di giustizia considerano come prova sufficiente in casi simili.

Il termine italiano “baratteria” che nella sentenza in latino definisce il crimine dei condannati, e a cui Dante dedicherà una sezione speciale dell’Inferno, è vago ma utile. Nella sua indeterminatezza si presta bene a definire un vasto insieme di reati che include corruzione, peculato, traffico di influenze illecite e ogni altra trasgressione che veda coinvolti dei governanti.

Nulla è più utile a comprendere l’ideologia popolare che sorregge queste condanne del proemio retorico che introduce la lista di sentenze. La baratteria vi è presentata come il rischio più grave per il tanto celebrato bene comune.

Da alcuni anni, del resto, i regimi di Popolo hanno fatto della corruzione il reato politico per eccellenza e Firenze non fa certo eccezione. L’idea che comportamenti del genere siano da rifiutare fa parte del senso comune ed è una convinzione condivisa dalle due parti dei guelfi bianchi e neri. Proprio per questa ragione, tuttavia, tale accusa diventa efficace per colpire gli avversari politici.

Ai quattro imputati – prosegue la sentenza – è stato intimato di comparire in tribunale per difendersi e giustificare le loro azioni. Ma non si sono presentati e, dunque, «affinché le loro azioni siano ricompensate secondo i loro meriti, nello stesso modo in cui i frutti della semina corrispondono alla qualità delle sementi», in nome del diritto, degli statuti, delle delibere e degli Ordinamenti di giustizia, sono stati banditi.

Essere banditi significa, innanzitutto, essere esclusi dalla protezione del Comune. Se un bandito è vittima di un crimine non ha il diritto di denunciarlo; se viene ucciso, l’omicida non subirà alcuna condanna.

Privandoli del diritto a essere protetti, i tribunali comunali puniscono la disobbedienza dei cittadini che si rifiutano di comparire davanti ai loro giudici.

È questa privazione a minacciare Dante il 27 gennaio 1302, quando il podestà Cante Gabrielli da Gubbio, pronuncia la severa sentenza. A differenza di altri indagati, l’accusa che riguarda Dante bandito si fonda soltanto sulla pubblica fama e in essa non sono precisate le azioni effettivamente compiute da lui e dagli altri tre accusati. I giudici si limitano a elencare le forme che queste azioni potrebbero aver assunto, così da mostrare che corrispondono ai comportamenti che l’inchiesta era chiamata a reprimere.

Qualche dettaglio in più riguarda le intenzioni dei condannati: opporsi al papa, resistere all’arrivo di Carlo di Valois, sconvolgere il buono e pacifico Stato di Firenze e dei guelfi, provocare «la divisione della città di Pistoia».

Si tratta delle medesime motivazioni che emergono dalle altre sentenze frutto della stessa inchiesta e che consentono ai giudici di stabilire che i colpevoli sono coinvolti nello stesso piano. I giudici concludono, così, che i bianchi, lungi dall’agire per il bene dei guelfi, hanno operato come dei ghibellini, i nemici del Comune di Firenze da quasi quarant’anni.

I documenti dell’epoca testimoniano ampiamente che la privazione della protezione risultante dalla messa al bando era quasi sempre revocata se l’esiliato si metteva a disposizione dei giudici, pagando l’ammenda e soddisfacendo le altre condizioni imposte dal tribunale.

Nel caso del bando che colpisce Dante e i suoi compagni, però, tali condizioni sono particolarmente dure. La sentenza del 27 gennaio, infatti, non li condanna solo al pagamento di 5.000 fiorini “piccoli”, ma anche a restituire tutto ciò che hanno ottenuto a seguito delle loro malversazioni a tutti coloro che lo richiedano. In più, anche se pagheranno l’ammenda entro tre giorni, saranno sì esclusi dagli effetti del bando, ma dovranno comunque rimanere fuori dalla Toscana per due anni e non potranno più esercitare i pubblici uffici. Se invece non pagano, tutti i loro beni saranno confiscati, devastati e distrutti «e così devastati e distrutti, messi in comune».

Di fronte a tali richieste difficilmente ricevibili, nessuno dei condannati si presenta. La logica giudiziaria dell’epoca considera la contumacia sufficiente per emettere una condanna a morte.

Cinque settimane dopo, il 10 marzo, è lo stesso tribunale a certificarlo. Su ordine del giudice, il notaio aggiunge allora che in base alla legge, se qualcuno dei condannati sarà catturato, verrà giustiziato. Dante, come gli altri, dovrà cercare un altro modo per rientrare a Firenze.

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