BUDDA NEL TURKESTAN. LE GROTTE DEI 1000 BUDDA

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Grotte dei 1000 Budda
Grotte dei 1000 Budda

Budda nel Turkestan. Di questa remota regione asiatica, posta lungo le antiche vie carovaniere, avevamo già parlato narrando il viaggio di Marco Polo. Le testimonianze storiche dell’area sono davvero affascinanti. Per approfondire il tema diamo la parola al Festival del Medioevo.

Nel 1906 l’esploratore e archeologo britannico di origini ungheresi Aurel Stein compie una memorabile impresa rivelando all’Occidente le così dette Grotte dei Mille Budda, nei pressi di Dunhuang, nel Turkestan – oggi provincia cinese del Sinkiang – con il loro incredibile patrimonio di statue, dipinti e un immenso deposito di manoscritti.

Dunhuang era stata un tempo una prospera oasi della Via della Seta, fra il deserto di Taklamakan e quello di Gobi, nonché un luogo di culto molto frequentato dai pellegrini buddisti.

Tramanda la leggenda che nel IV secolo d.C. un monaco avrebbe visto in sogno una nuvola colma di mille Budda galleggiare a lungo sulla città e che, da quel momento, nei suoi pressi sarebbero state scavate grotte a scopo devozionale.

Residente a quel tempo in India, Aurel Stein giunge a Dunhuang superando gli immensi sistemi montuosi del Pakistan del nord e dell’Afghanistan, del Kashmir e del Karakorum. È infatti convinto che Dunhuang e le sue grotte siano state un tempo il luogo d’incontro delle civiltà occidentali e di quelle orientali.

Le Grotte dei Mille Budda erano già note al monaco pellegrino buddista Xuanzang, del VII secolo d.C., un personaggio che Aurel Stein considera, come Marco Polo, un «vecchio amico» e una guida d’elezione. Infrangendo il divieto imperiale, Xuanzang aveva intrapreso la lunga, perigliosa via dell’India per acquisire una conoscenza diretta dei sacri testi buddisti e per riportarne in Cina importanti esemplari.

Con lui in particolare, Stein avverte una segreta affinità che travalica i secoli, infatti entrambi seguono le tracce del diffondersi del buddismo, dallo Himalaya indiano verso la Cina attraverso le zone più impervie del pianeta; entrambi affrontano i rigori del clima, i ghiacci perenni, le tempeste di sabbia. Seguendo le orme di Xuanzang, più volte Stein s’imbatte nelle immagini dipinte del monaco, altrettanti segnali che la via che sta seguendo è quella giusta.

A Stein le fatidiche grotte appaiono simili alle celle di un alveare scavate in una parete di conglomerati friabili che si leva per mezzo miglio a strapiombo in riva al fiume Tang. Raggiungibili per mezzo di scale a pioli o di corda, le grotte assommano a più di cinquecento. L’esploratore archeologo è affascinato dalle loro ricchissime decorazioni, infatti le pareti interne appaiono affrescate con colori brillanti che si sono mantenuti tali grazie all’atmosfera estremamente secca. Vi ricorrono processioni di figure imponenti provviste di aureola, tipiche della tradizione buddista, i cui volti, vesti e posture tradiscono l’influenza indiana.

Molte raffigurazioni di stile cinese vengono dedicate alla Via della Seta e ai suoi commerci, ma la maggior parte delle scene sono ispirate alla vita del Budda. Oltre questo immenso emporio figurativo, Stein scopre una grotta rimasta sigillata per novecento anni piena di rotoli di manoscritti in varie lingue, cinese, tibetano, sanscrito.

Oltre ai rotoli di manoscritti, nella grotta ci sono pitture su seta e sculture, senza contare, come poi venne rivelato, il primo libro a stampa di cui si abbia conoscenza, datato 868 d.C., detto Sutra del diamante.

Attilio Brilli

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